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La villa romana del Tellaro presso Eloro

    La Villa romana del Tellaro, situata a circa due chilometri e mezzo dal ben più noto sito di Eloro, su una lieve eminenza alla destra del fiume Tellaro, nei pressi della foce, costituisce, oltre che per la bellezza dei suoi mosaici, una testimonianza importante circa la frequentazione rurale nel territorio della provincia di Siracusa durante l'età tardoantica e in particolare sulla presenza, in Sicilia Sud-Orientale, di un'aristocrazia terriera che in età tardoimperiale costruiva ville sontuose come quella di Piazza Armerina.     
          
    Gli altri mosaici riguardano brevi tratti dei pavimenti di tre stanze che danno a Nord del portico di cui si è detto prima.       
    Partendo da Est si osserva prima il pavimento all’angolo della prima stanza con una fastosa decorazione perimetrale e girali animati, in un caso, forse da un cervo e, nell’altro, dallo aggressivo corpo di una tigre. La scena al centro rappresenta il riscatto di Ettore da parte di Priamo. Ne è conservata discretamente la parte di sinistra mentre molto lacunoso è il settore di destra. Presenta le figure di Ulisse, Achille e Diomede accostate a sinistra; al centro campeggia la grande bilancia che alle estremità della barra orizzontale porta i due piatti: quello di sinistra con gli ori del riscatto, quello di destra con il corpo esanime di Ettore, del quale purtroppo non restano che parte degli arti inferiori rigidamente accostati. Nella composizione si conservano i nomi dei personaggi, scritti in greco, sulla parte in alto: Odysseus, Achilleus, la prima lettera di Diomedes e, più sotto, Troes (Troiani) e le prime due lettere di Priamos, che doveva essere anche rappresentato nella scena. Questo mosaico attesta il fatto che in età tardo- antica i temi del ciclo troiano ebbero una certa fortuna, sebbene l’episodio raffigurato non debba ascriversi al libro XXIV dell’Iliade bensì alla versione dell’episodio riportata nei Frigi di Eschilo.
    Nella seconda stanza è una ricchissima decorazione con quattro festoni, che partono da quattro crateri posti negli angoli e delimitano quattro zone semicircolari che inquadrano quattro formelle. In esse sono presentate le figure di un satiro e di una menade in atteggiamento di danza presso un’ara. Al centro del pavimento i quattro festoni, nel cui corpo sono inserite delle protomi, inquadravano una scena centrale ora perduta.       
    Nella terza stanza scene di caccia coprono tutto il pavimento, intorno alle quali è una fascia con decorazione a meandro alternate a riquadri con volatili e animali acquatici. Le scene inquadrate sono organizzate secondo registri anche se non appaiono distribuite regolarmente e schematicamente come in casi di rappresentazioni analoghe. L’animazione, la vivacità, sono accentuati dal mirabile cangiantismo, dalla sensibilità per gli effetti cromatici dalla genuina vivacità dei singoli fatti narrati nel quadro di una particolare libertà compositiva. Le lacunose scene della parte alta raffigurano una serie di fiere e poco in basso, da destra a sinistra, una serie di armati intenti in una scena di cattura delle fiere predette. Il centro è dominato dalla scena di un armato che vibra un colpo di lancia contro un leone che ha squarciato un’antilope che gli soggiace davanti. In questa composizione domina la possente mole del leone che si volge superbamente indietro in posizione araldica. A sinistra due individui saettano le fiere rappresentate più in alto.Nel registro inferiore è raffigurata, da destra, la scena viva, ma contenuta, del passaggio in una palude di un carro accompagnato da cavalieri, servi e cani, scena che si svolge sotto gli occhi di tre personaggi paludati dei quali quello al centro regge un bastone con testa a fungo. Segue la splendida rappresentazione dell’imponente figura femminile centrale seduta tra le rocce. Tale figura, di indubbio significato simbolico, che ricorda nei tratti la personificazione dell’Africa nel mosaico della grande caccia a Piazza Armerina, è rivolta verso la drammatica scena di un cacciatore che soggiace all’assalto di una tigre. Il registro inferiore è interessato dalla rappresentazione di una scena di banchetto all’aperto: intorno ad uno stibadium a sigma sei commensali nello schema simile al mosaico della Piccola Caccia di Piazza Armerina; i servi intenti a squarciare un animale, ad alimentare il fuoco e servire i commensali a destra e sinistra della scena.      
  
    La planimetria della villa mette in luce un complesso architettonico organizzato intorno ad un peristilio porticato con numerosi ambienti meglio definiti nella loro planimetria sui lati nord e sud.
           
    In queste realizzazioni musive si possono vedere, dal confronto più immediato coi mosaici di Piazza Armerina, l’opera di maestranze africane e appaiono di notevole livello per la libertà e l’originalità nell’interpretazione delle scene che costituiscono un repertorio comune. Lo straordinario senso di vita che traspare dalle rappresentazioni paesaggistiche, la composizione delle scene, non orchestrate secondo schematizzazioni, ma dominate dallo spirito delle rappresentazioni stesse, conferiscono un posto d’onore fra i mosaici, non solo della Sicilia, in epoca tardo antica e sono frutto non di eminenti personalità, ma di abilissime, esperte maestranze.                                                                                                                                                                                                                                                     Riguardo la cronologia della villa un elemento di quasi sicura datazione è dato da un gruzzolo di 108 monete di bronzo rinvenute in un saggio eseguito sul lato Sud- Est del peristilio che presenta emissioni di Costante, Costanzo II ed emissioni celebrative di Costantino I. Questi elementi di datazione fanno porre la villa e le opere di cui si è detto non prima della metà del IV sec. d. C., datazione con la quale concordano anche le osservazioni di carattere stilistico e antiquario.       
           
     BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE       
    F. Coarelli, M. Torelli, Sicilia (Guide archeologiche Laterza), Roma- Bari 1984, pag. 284-290.       
    G. Voza, in Kokalos, XVIII-XIX 1972-1973, pag. 190-192 e XXII-XXIII tomo II,1 1976-1977, pag.572-574.       
           
    LA VILLA DEL TELLARO è aperta tutti i giorni dalle 9,00 alle 19,00       
    IL BIGLIETTO costa 6,00 euro, gratuito fino a 18 anni e oltre 65 anni, ridotto a 3 euro da 19 a 25 anni.       
    TELEFONO: 0931 573883
Sovrintendenza BB.CC.AA.: 0931 481111    

   
Per approfondimenti:

http://www.provsr.it/Documenti/BC/tellaro/Tellaro.htm

 

Ultime notizie dalla Cattedrale di Noto

L'edificio religioso, rimesso in piedi dopo undici anni dal crollo avvenuto nel marzo del 1996, vedrà nuovamente la sua volta affrescata entro la fine del 2010. Un'azienda vicentina ha progettato in esclusiva per il cantiere della Cattedrale un sofisticato ponteggio (forse il primo in Europa) che nella parte terminale ruota all'interno della cupola. Lassù non manca nulla, nemmeno l'acqua corrente. Il montacarichi sale lentamente e si ferma oltre il cornicione a 32 metri di altezza: qui si è lavorato per due mesi per rifare l'intonaco, e l'odore della malta si è mescolato a quello dell'incenso. La superficie curva da affrescare è di trecento metri quadrati, con un diametro di dodici metri per sette di altezza.

L'intonaco precedente era a base cementizia, e Oleg Supereco ha voluto sostituire tale malta industriale con un intonaco artigianale, più compatibile con gli affreschi: è a base di calce spenta stagionata di sette anni, lavorata con sabbia di fiume pulita e lavata, addizionata con coccio pesto e tegole frantumate in polvere, più elastica e più traspirante. Così si rallenta il processo di carbonizzazione e le immagini resistono più a lungo, tenendo lontano muffa ed umidità.

L'artista russo, dopo aver realizzato i quattro Evangelisti nei quattro pennacchi della cupola, ha già dipinto sette delle tredici figure che comporranno la "Discesa dello Spirito Santo". Il primo bozzetto su carta è stato san Tommaso, il santo del dubbio, perchè il pittore era allora assillato da mille dubbi. Ma poi, con le idee più chiare, ha iniziato la sua opera con san Bartolomeo, il meno importante fra gli apostoli: iniziando con la figura meno in vista passerà poi con una certa padronanza alle altre più visibili.

Per quanto riguarda il completamento dell'interno della chiesa, un artista di Firenze, il sig. Mori, sta lavorando alle vetrate della cupola per raffigurare la Parola di Dio e i sette sacramenti. Sulle vetrate della navata centrale lo stesso artista realizzerà i santi più venerati nella diocesi di Noto, compresi san Pio e santa Teresa di Calcutta. L'altare e l'ambone in marmo saranno decorati con scene del vangelo in bassorilievo. Un artista di Torino, Mazzonis, allievo di Arduino, sta dipingendo due tele che decoreranno le pareti dei transetti: la croce con quattro padri della Chiesa e la Madonna scala del Paradiso con quattro santi siciliani. Nel catino absidale verrà realizzato il Cristo benedicente e nella volta centrale varie scene evangeliche.

Rielaborazione da testi di V. Rosana e Don S. Bellomia pubblicati sull'opuscolo Amici della Cattedrale di Noto di Agosto 2010


La bottarga ai tempi dei Fenici

Prima che diventasse una tipicità siciliana, la bottarga, quasi 3 mila anni fa, fu scoperta dai sardi, o meglio dai loro colonizzatori, i fenici, che per secoli dominarono, con le loro flotte, il Mediterraneo. Un'egemonia non solo politica e militare, ma anche culinaria.
Furono loro ad inventare la salatura e l'essiccazione delle uova di muggine: non è casuale, infatti, che alcuni degli insediamenti creati dai fenici - Tharros, Nora, Cagliari e Sulci - siano molto vicini alle zone di maggiore produzione. Ma il nome bottarga deriva dagli arabi che "rubarono" i segreti dei fenici. Chiamarono battarikh le uova di pesce salate. Ebbe fama di prodotto pregiato, introvabile: il caviale dei sardi divenne dono regale, riservato solo alle grandi occasioni e difficilmente reperibile, almeno fino al dopoguerra.
Piano piano le nuove tecniche di pesca e lo spirito imprenditoriale di alcune aziende hanno permesso la nascita di un florido mercato che riesce ad esportare la bottarga fino ai paesi più remoti.
Recentemente è stata chiesta la denominazione di origine protetta per il prodotto, perchè spesso vittima di imitazioni e contraffazioni che ne aumentano la quantità in commercio, ma ne diminuiscono sensibilmente la qualità.

Qual'è la tecnica di lavorazione e stagionatura?
L'uovo di tonno viene prelevato durante la fase di eviscerazione del pesce, e si presenta cavo all'interno: tale caratteristica permette agli operatori di immettere una soluzione satura di acqua e sale, che viene rinnovata ciclicamente. Quando la salamoia uscirà pulita il prodotto verrà salato e sottoposto a pressione. Nella parte apicale dell'uovo viene effettuato un foro, attraverso il quale vengono drenati i liquidi rimasti. La fase di drenaggio continua per circa un mese e mezzo: il sale viene cambiato e la pressione aumentata.
Alla fine del periodo di salagione il prodotto viene lavato e legato ad asciugare verticalmente.


Articoli on line di un giornale inglese su Siracusa, redatti da Tim Pozzi

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       mosaico della prima stanza


       mosaico della seconda stanza


       mosaico della terza stanza (particolare)


       mosaico della terza stanza (particolare)


       mosaico della terza stanza (particolare)


       mosaico del corridoio
 

Giuseppe Castellano

    Generale di brigata italiano, nato a Prato (Fi) nel 1893. Trascorse molti anni in Sicilia, regione della quale era originaria la famiglia. Divenne poi collaboratore del generale Ambrosio e il 5 febbraio 1942 generale addetto allo stato maggiore del regio esercito, alle dirette dipendenze di Ambrosio. Nell'aprile 1942 conobbe e si incontrò con l'allora ministro degli esteri Ciano, instaurando con lui rapporti cordiali e confidenziali, e buoni rapporti ebbe anche con il generale Carboni, ex capo del S.I.M. e comandante della divisione Friuli. Insieme a costoro caldeggiò la nomina di Ambrosio a capo di stato maggiore generale, al posto del generale Cavallero. Il 1° febbraio 1943 Ambrosio conquistò l'importante carica e Castellano rimase presso di lui, sempre come generale addetto. Nel febbraio 1943 Castellano avvicinò il duca Acquarone, ministro della Real Casa. Si andava così completando una serie di rapporti che dovevano portare alla defenestrazione di Mussolini e alla rottura dell'alleanza con i tedeschi. Lo stesso Castellano nella primavera del 1943 preparò una proposta per scalzare Mussolini, fronteggiare l'eventuale reazione fascista e opporsi a una probabile reazione tedesca. Il progetto fu consegnato ad Ambrosio e in seguito a Ciano. In luglio Castellano preparò un secondo progetto e si mise a studiare l'occasione ed il luogo per l'arresto di Mussolini. Questo secondo progetto fu consegnato da Ambrosio ad Acquarone e da questi al re. Si passò alla fase organizzativa e Castellano ebbe allora contatti con Senise, capo della Polizia, e con Cerica, comandante dei Carabinieri dal 19 luglio.

Dopo il 25 luglio Castellano si dedicò completamente al problema delle trattative con gli alleati e dello sganciamento dai tedeschi. Dopo il tentativo del marchese d'Ajeta a Lisbona, il 10 agosto Castellano fu incaricato di prendere contatto con gli alleati. Il 12 agosto partì per Madrid con il nome di copertura di signor Raimondi (del ministero scambi e valute) e vi giunse il 15. Insieme al console Montanari, funzionario del ministero degli esteri, fu ricevuto dall'ambasciatore inglese Sir Samuel Hoare. Il 17 e il 19 agosto Castellano incontrò a Lisbona l'ambasciatore inglese Sir Ronald Hugh Campbell e qui furono gettate le basi dell'armistizio insieme al generale Bedell Smith, capo di stato maggiore delle forze alleate nel Mediterraneo, al generale Strong, capo dell'Intelligence Service delle forze alleate e a Mr. Kennan, incaricato d'affari degli USA. Castellano rientrò a Roma il 27 agosto e il 30 agosto in aereo raggiunse l'aeroporto di Cassibile vicino a Siracusa per un nuovo incontro con gli alleati per definire le modalità dell'armistizio. Il 31 agosto rientrò a Roma e il 2 ripartì per Cassibile. La firma dell'armistizio fu ritardata in attesa di un formale documento di delega per Castellano. Lo Short Military Armistice fu sottoscritto alle ore 17,15 del 3 settembre 1943 sotto una tenda, da Castellano per l'Italia e da Bedell Smith per gli alleati. Subito dopo la firma Eisenhower strinse la mano a Castellano. Il generale Castellano è autore dei volumi Come firmai l'armistizio di Cassibile e La guerra continua. Morì nel 1977.


Storia del Nero d'Avola

E' diventato una delle icone della provincia, ma con il passare del tempo è ormai un simbolo della Sicilia. Il Nero d'Avola è un vino che è sulle tavole di tutto il mondo, oggetto di desiderio di tanti palati che farebbero a gara pur di gustarlo. La leggenda narra che la vite germogliò, per la prima volta, proprio in Sicilia dalle lacrime di Dionisio, assetato.

Nacque così quel nettare che l'antico nume donò agli uomini, per confortarli dalle fatiche, così come agli Dei, per allietare i loro sensi. La tradizione vuole che il vitigno fu importato dai greci e da loro, infatti, deriva anche il tipo di coltivazione a "bassa ceppaia". La ragione per la quale per molto tempo non si hanno notizie precise è perchè questo, come tanti altri vitigni in Italia, ha più di un nome: è infatti registrato al Registro Nazionale delle varietà come "Calabrese o Nero d'Avola".

Sotto il nome "Calabrese" in passato sono stati raggruppati diversi vitigni, alcuni dei quali erano addirittura coltivati in Toscana: Calabrese era quindi un nome che, a seconda delle zone d'Italia, poteva riferirsi a un vitigno totalmente diverso dal Nero d'Avola.

In Sicilia, a fianco del nome Calabrese spesso si incontra il nome del luogo in cui viene coltivato, e questo fa pensare che nel passato, se si trattava di Nero d'Avola, era sicuramente una tipologia ben specifica, legata alla zona che riportava nel nome.

Da circa un decennio i vini contenenti Nero d'Avola vengono esportati in tutto il mondo; il vitigno conferisce loro qualità di robustezza e corposità, e per le sue qualità viene utilizzato per tagliare vini medio-leggeri come il Merlot e il Cabernet Sauvignon.

Il Nero d'Avola è usato come ingrediente di diversi vini DOC e IGT, sia come vino protagonista che da taglio: Eloro, Marsala, Cerasuolo di Vittoria, Bivongi, Sciacca, S.Margherita di Belice, Contea di Sclafani, Delia Nivonelli, Sambuca di Sicilia, Contessa Entellina, Alcamo. Il Nero d'Avola, per dare un grappolo di qualità, ha bisogno di essere in equilibrio, il che significa produrre il giusto numero di foglie, il giusto numero di tralci e di parti legnose: in una situazione di equilibrio la resa di 1,5 - 2 Kg per pianta può essere la sola strada per ottenere un vino di qualità. Gli studi hanno richiesto tempo e ancora oggi su questo vitigno si sa relativamente poco, ma forse per questo attira ancora di più un certo interesse.