►UNA VISITA GUIDATA a Siracusa negli anni '50

Fin da epoche remote, Siracusa è stata una città che ha attratto gente proveniente da ogni luogo del mondo allora conosciuto. Poco più di duemila anni or sono, ci narra Cicerone nelle sue orazioni contro Verre, un impeccabile servizio di mistagoghi – le guide turistiche del tempo – illustrava ai visitatori le ricchezze e le opere d’arte del tempio di Minerva. Nessun autore ce lo riferisce, ma possiamo immaginare che i solerti e preparati mistagoghi non si saranno limitati al solo tempio di Minerva. Certamente, avranno accompagnato i loro clienti anche nella visita delle altre numerose mirabilia che la città offriva. Ausonio Decimo Magno, autore gallo-latino del quarto secolo d.C., originario di Burdigala, l’attuale Bordeaux, nel suo trattato Ordo urbium nobilium, ci descrive la fonte Aretusa, a lui nota soltanto per sentito dire. Il fatto che ne parlasse per sentito dire ci dimostra che la fama della pentapoli aveva varcato anche le Alpi. È evidente che, già da allora, a Siracusa non mancava nulla per fare del buon turismo. I due porti, le vestigia storiche e le bellezze architettoniche, la posizione centrale nel Mediterraneo ed il clima mite sono alcuni degli elementi che facevano e fanno della nostra città un eccezionale polo d’attrazione. Eppure, nonostante ci siano tutte le condizioni favorevoli per produrre ricchezza, oggi, il nostro turismo vive di riflesso. A questo punto, la domanda sorge spontanea: se gli ingredienti ci sono tutti e la minestra riesce sempre insipida, di chi è la colpa, se non del cuoco?... Intelligenti pauca!

Nonostante tutto, sono ottimista. Il problema, presto o tardi, sarà risolto, anche se, sapendo come vanno le cose a certe latitudini, pervederne il compimento, dobbiamo augurarci di essere centenari. Nell’attesa, tanto per farcene un’idea più diretta, possiamo par­lare del modo come si svolgeva il turismo negli anni ’50.

A quel tempo non esisteva il turi­smo di massa. Non c’erano i grandi pullman ed i double-de­cker dei giorni nostri. Gli unici autobus che giungevano a cadenza fissa erano un pullman della CIAT, un’agenzia di Roma, ed un autobus – il così detto leoncino – proveniente da Taormina due volte la settimana. Ciascun pul­lman poteva ospitare circa trenta persone, pertanto era di dimen­sioni molto modeste, tanto che il turista giungeva in autobus fino a piazza Duomo ed alla fonte Aretusa. Si trattava di gruppi elitari. Per questa ragione, l’aspetto estetico e l’abbigliamento del per­sonale erano molto curati. L’accompagnatrice della CIAT – che chiamavamo hostess e non accom­pagnatrice – indossava un tailleur grigio, molto elegante ed una bustina molto simile al copricapo delle hostess d’aereo. L’autista, in doppio petto grigio, aveva un berretto con visiera e falde a spi­golo, come i poliziotti di New York. Insomma, ben altro che l’abbigliamento degli accompagnatori dei nostri tempi.

Il giro dei monumenti era sempre lo stesso: Parco archeologico, piazza Duomo e fonte Aretusa. Immagino che quello sarà stato il giro che fecero fare al Caravaggio e, da allora, nessuno ha pensato che a Siracusa c’è anche qualcos’altro. Sappiamo come vanno queste cose: un’agenzia imita l’altra, col risultato che tutte fanno la stessa cosa.

Un altro consistente flusso di visitatori giungeva a Siracusa con la motonave Esperia della compa­gnia di navigazione Adriatica. Non era una nave da crociera, ma di linea. Ogni quindici giorni, par­tiva da Venezia, toccava alcuni porti dell’Adriatico, poi Siracusa, Alessandria ed i porti del Medio Oriente. A Siracusa arrivava a lunedì alterni, alle ore 13,30. L’escursione iniziava alle 14,00. I turi­sti erano di credo religioso eterogeneo: Musulmani, Ebrei e Cristiani di varie confessioni. Molti di essi andavano in Terra Santa per motivi di culto. Ricordo che era molto imbarazzante la visita delle catacombe. Quando qualcuno – capitava spesso – faceva domande intenzionalmente tendenziose, per coinvolgere nella disputa qualche compagno di viaggio di fede religiosa diversa dalla sua, non sapevo come tirarmi fuori dall’impiccio. Cercavo di essere conciliante, ma, come potevo rappacifi­carli proprio io, misero ragazzino diciottenne, visto che da quattromila anni Arabi ed Ebrei se le danno di santa ragione. Spesso, la disputa continuava per tutto il percorso, ma, come tutte le buone guide, un po’ per opportunità diplomatica di circostanza, un po’ per evitare eventuali lagnanze da parte dell’agenzia, non badavo a ciò che dicevano e continuavo l’escursione.

Poiché non c’erano autobus, la visita con i turisti dell’Esperia si faceva con le carrozzelle trainate da un cavallo. – Quelle che conosciamo. Fino a qualche anno fa, ne vedevamo ancora qualcuna. Oggi sono completamente scomparse. Anche questa, penso che sia una caratteristica che abbiamo perso per sempre. – Ciascuna di esse trasportava cinque persone. La guida sedeva a fianco al cocchiere della prima carrozzella: a cassetta – in siciliano: ’n seppi – ed aveva l’obbligo di cambiare carrozzella ad ogni sosta, in maniera da offrire a tutti i visitatori le dovute illustrazioni.

Con grande meraviglia per qualche guida dei nostri tempi, il pagamento avveniva in giornata. Alla fine del servizio, si andava negli uffici dell’Agenzia Bozzanca e si incassava, senza fattura. Non era un’evasione. Per il servizio guida non era prevista la fatturazione. Ovviamente, il voucher non sapevamo neppure che cosa fosse.

La CIAT, il Leoncino e l’Esperia erano, dunque, i tre unici servizi di turismo organizzato a cadenza fissa di Siracusa. Scoppiata la così detta guerra del kippur, nel ’67 – l’ennesima, fra Arabi ed Ebrei – il servizio di linea dell’Esperia fu interrotto. Si disse temporaneamente. Invece, non fu mai più ripristinato.

Il restante turismo siracusano, piuttosto copioso, era individuale. I singoli o i piccoli gruppi erano certamente molti di più dei turisti individuali di oggi. Ciò era dovuto al fatto che non essendo sviluppato il mezzo di comunicazione aereo ed essendo Siracusa l’ultimo porto europeo per il nord Africa, la nostra città era una tappa obbligata. Molto numerosi erano gli Inglesi, poiché Malta era ancora colonia di Sua Maestà. Considerata la numerosa presenza di sudditi britannici, a Siracusa c’era anche il consolato inglese, sito nell’attuale palazzo dell’Inail, proprio sui ponti.

Molti turisti giungevano a Siracusa con la macchina propria. Per la visita parcheggiavano nel largo antistante l’Anfiteatro, dove, a quel tempo, non c’erano bancarelle. Le guide, osservando un turno rigoroso, si avvicinavano ai clienti e proponevano il loro servizio. Spesso si trattava di turisti particolarmente facoltosi.

Ricordo che accompagnai la famiglia di un noto armatore italiano: quattro persone, che mi impegnarono per tre giorni. Li portai persino a Stentinello ed al castello Maniace, allora zona militare. Alla fine, al momento del pagamento, il capofamiglia mi diede cinquantamila lire. Con espressione incerta, mi disse: vanno bene?... Che cosa avrei potuto dire, visto che quella cifra corrispondeva allo stipendio mensile di un impiegato statale? Nascosi con difficoltà la mia meraviglia e con malcelata sufficienza risposi con un semplice: non si preoccupi, va bene così!

Occasioni di questo genere potevano capitare con una certa frequenza. Ricordo che a Carbè, dopo un servizio di sette giorni, regalarono un vespa. Insomma, le tariffe c’erano anche a quel tempo, ma, spesso non venivano rispettate a favore della guida. Ovviamente, in questi casi, nessuno si lamentava.

La facilità con cui un solo servizio poteva risolvere il problema di un mese, faceva aumentare la litigiosità fra le guide. Gli scontri verbali erano molto frequenti, anche davanti ai turisti.

Oggi, eccetto qualche sporadico caso che trova pronta amichevole soluzione, fra le guide non c’è uno stato di conflittualità permanente. Anzi, negli allegri simposi che di tanto in tanto si vanno organizzando, la rivalità è dovuta per stabilire chi ha il compito di portare la salsiccia e chi i cannoli alla ricotta o alla crema.

Piuttosto, oggi abbiamo una conflittualità ben diversa. Permane, infatti, la rivalità fra accompagnatori e guide. Qualcuno non sa, o finge di non sapere, che sono due attività diverse e l’una non può innestarsi e scavalcare l’altra. A causa di questa situazione, fra ricorsi, vertenze giudiziarie, e contenziosi vari, a mia insaputa, mi sono trovato autorizzato a fare la guida turistica anche a Palermo, città dove non sono mai stato. Mi domando come si possa autorizzare una persona ad illustrare dei luoghi che non ha mai visto!

Non faccio commenti, perché non servono. La vicenda si commenta da sé. Certo, però, che se le cose stanno così, per vedere il cambiamento vero, quello che faccia del turismo una seria ed affidabile fonte di lavoro, non basta più essere centenari. Bisogna augurarsi di vivere almeno un millennio.

 

                                                                            Franco Purpura